I Primi Paleoartisti e l'Arte Parietale dell'Era Glaciale - La Grotta Chauvet e il suo Clone, la Caverna di Pont d’Arc


di Diana Fattori

 

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Il pannello dei leoni © Patrick Aventurier

 

18 dicembre 1994. E’ una fredda giornata nelle gole dell’Ardeche, un fiume che si getta nel Rodano ad una cinquantina di chilometri a nord di Avignone, Francia. Tre amici speleologi ispezionando le rocce calcaree sono attratti da un’apertura. I tre sono Jean-Marie Chauvet, Eliette Brunel e Christian Hillaire. Si introducono nello stretto budello lasciandosi ingoiare di una decina di metri nelle viscere della terra. Si guardano intorno illuminando l’area con le torce e restano a bocca aperta: tutto intorno ci sono pitture realizzate con l’ocra rossa…

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Il gufo di Chauvet @ Patrick Aventurier - Caverne du Pont d'Arc


28 dicembre 1994: sono passati solo pochi giorni dalla scoperta della grotta quando Jean Clottes, uno dei massimi esperti francesi di arte parietale, riceve la telefonata eccitata dal conservatore della regione Rhone-Alpes che lo invita a dare un’occhiata. Molto incuriosito dall’entusiasmo del conservatore, l’archeologo si mette in macchina sorvolando sulle lamentele della moglie (“almeno torni per il cenone di San Silvestro?”) e percorre d’un fiato i circa 400 km che lo separano dalla meta. Arriva a Vallon-Pont d’Arc che è già notte. C’è un solo hotel aperto in città, il clima è gelido. Sensazione di lugubre solitudine.
Il giorno dopo incontra i tre speleologi e insieme si calano nella grotta. Jean Clottes è subito colpito dal luccichio delle stalattiti e stalagmiti illuminate dalle loro torce. Addentrandosi nella caverna vede il primo pannello composto da grandi punti rossi. Comprende immediatamente che si tratta di arte originale risalente alla preistoria. Il cuore gli batte più forte via via che procede all’interno della grotta: pannelli con cavalli, impressioni di mani, una pantera mai riprodotta prima nell’arte preistorica, tanti rinoceronti, un gufo…

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Rinoceronte che fuoriesce dalla parete - © Caverne du Pont-d-Arc


Lo scorso giugno durante un viaggio in Francia ho avuto la possibilità di provare le stesse emozioni dell’archeologo Jean Clottes. In realtà non ho visitato la grotta Chauvet, ma la sua replica: la Caverna di Pont d’Arc, così chiamata per distinguerla dall’originale. Come già successo in passato per caverne eccezionali (come Lascaux in Francia e Altamira in Spagna) ma non visitabili dal grande pubblico, per motivi soprattutto di conservazione ma anche logistici, è stata creata una replica sfruttando tutte le tecnologie moderne immaginabili. Non storcete il naso: si tratta di una replica fedele e magnifica, un clone perfetto. Una volta entrati nella Caverna di Pont D’Arc ci si immerge in tutto e per tutto nella sensazione di essere nel luogo autentico. Si inizia con una sala vuota, una terra di nessuno che serve ad abituare gli occhi al buio e il corpo al clima della caverna (che varia da 6 a 8 gradi in confronto al clima esterno), e ci si ritrova subito dopo nello stesso punto in cui iniziarono l’esplorazione i tre speleologi.
Dopo i primi istanti ci si dimentica di trovarsi all'interno di una replica, e così fino alla fine del tragitto. Per questo motivo da ora in poi descriverò la grotta chiamandola Chauvet, perché il fatto di essere dentro ad una replica, credetemi, è una cosa puramente ininfluente.

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Entrata della Caverna di Pont d'Arc - © Nando Musmarra

 


La grotta è lunga 234 metri e larga al massimo 58 metri e pur articolandosi in varie sale si divide essenzialmente in due spazi principali: la grotta rossa e la grotta nera, che prendono il nome dal colore predominante dei disegni, cioè l’ocra rossa (ossido di ferro) per uno spazio e ossido di manganese e carbone per l’altro.

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Impronte di mani sulla parete - © Patrick Aventurier


La scoperta di questa grotta fu un vero e proprio shock per la comunità scientifica. Fino ad allora si era sempre ritenuto che si poteva collocare l’inizio dell’arte preistorica nell’Aurignaciano (da 30.000 a 32.000 anni fa), ma si trattava di un’arte essenzialmente composta da graffiti geometrici associati ad immagini molto vaghe di animali di cui era difficile intuire la specie. Gli studiosi erano tutti concordi che questa arte primordiale si era evoluta in modo claudicante e progressivo fino alla fine del Paleolitico superiore, quando finalmente raggiunse il realismo fotografico di Lascaux (17.000 anni fa).

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Fiume di ossa fossilizzate nella sala di Bauges - © Patrick Aventurier


La scoperta di Chauvet iscritta nel patrimonio Unesco ha retrodatato di migliaia di anni “l’inizio dell’arte”, di certo sappiamo che i Cro-Magnon che hanno dipinto Chauvet non sono stati i primi artisti in assoluto.
Già da due milioni di anni esisteva la tecnologia per realizzare attrezzi in pietra con gusto estetico. Sappiamo dai resti fossili di 100.000 anni fa che i Neanderthal usavano simbolismi nei rituali di seppellimento, posizionando il corpo e contornandolo con pietre e ossa incise con disegni geometrici che indicano una capacità creativa.
Tutti gli esperti concordano che la creazione dell’arte, cioè la comunicazione con immagini visive, risale intorno a 40.000 anni fa, il periodo in cui Cro-Magnon e Homo Sapiens raggiunsero l’Europa glaciale dopo una migrazione dal Medio Oriente.
Le prime creazioni artistiche sono state le decorazioni personali, perline, braccialetti, pendenti e collane. Gli artisti di Chauvet, i Cro-Magnon, erano cacciatori-raccoglitori nomadi che possedevano una discreta tecnologia. Indossavano abiti confezionati con pelli di animale, avevano mocassini e realizzavano strumenti di selce efficaci ed estetici. Vivevano in piccoli gruppi in ripari temporanei realizzati con le pelli degli animali cacciati o con ossa di mammouth (nell’Europa centrale).
Una della più interessanti creazioni dei Cro-Magnon è stata la realizzazione dell’arte in luoghi permanenti, le pareti delle caverne, dando inizio alla comunicazione visiva umana. E non si tratta di arte rara o occasionale: dalla scoperta di Lascaux nel 1940 sono state trovate dozzine di caverne nell’Europa sud occidentale che mostrano dipinti, incisioni, bassorilievi e sculture, e probabilmente ce ne sono moltissime altre che non verranno mai trovate. Sicuramente le popolazioni preistoriche avevano anche altre forme d’arte, ma non sono sopravvissute fino a noi perché non realizzate su supporti durevoli. La musica, ad esempio, esisteva, prova ne sono i flauti realizzati con le ossa di animali, ma noi non possiamo avere la minima idea di quale fosse la melodia.

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Megaloceros giganteus @ Nando Musmarra


La grotta Chauvet è giunta fino a noi in condizioni quasi intatte, il crollo dell’entrata originale avvenuto circa 21.500 anni fa l’ha isolata dalle contaminazioni del mondo esterno e protetta dalle incursioni umane e animali. All’interno della grotta sono state ritrovate impronte di orso, di un grosso canide e di uno stambecco, tutti animali riprodotti fedelmente nei dipinti. Il passaggio degli uomini è testimoniato, oltre che dall’arte parietale da una ventina di impronte di piede di un individuo alto 1.30 metri, probabilmente non adulto, che ha percorso circa 70 metri. Sono stati ritrovati smoccolature di torce sia a terra che sulle pareti, alcuni strumenti di selce e un cranio d’orso collocato intenzionalmente sopra un blocco di pietra crollato dal soffitto.

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Sala con il cranio d'orso poggiato sulla roccia piatta @ Patrick Aventurier


Le figure di Chauvet utilizzano e incorporano i volumi e le irregolarità dell’ambiente come in una messa in scena teatrale. Vi sono rappresentate tutte le tecniche dell’arte parietale Paleolitica: incisione, stencil, tracce digitali, pitture rosse e nere.
Gli animali sono raffigurati in movimento con un realismo eccezionale che dimostra una osservazione acuta del mondo animale, anche se la maggior parte delle riproduzioni è parziale: i dettagli anatomici abbondano per quanto riguarda la testa (criniera, occhi, bocca, orecchie, corna) mentre il disegno degli arti è spesso suggerito o approssimativo.

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La ripetizione dei tratti dei rinoceronti testimonia probabilmente il primo esempio di prospettiva della storia umana - © Patrick Aventurier


Nei pannelli più grandi gli animali creano scene realistiche in un modo che era sconosciuto prima all’arte del primo Paleolitico. Gli artisti di Chauvet hanno realizzato le immagini inserendole nella prospettiva. I contorni sono tracciati con sicurezza, l’uso del chiaroscuro, sconosciuto precedentemente, materializza i volumi del corpo e i dettagli interni.

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Raffigurazione ibrida: metà leone e metà donna @ Patrick Aventurier


Contrariamente alle altre grotte paleolitiche più recenti nella Dordogna, nei Pirenei e in Spagna, non sono stati riprodotti solo i grandi erbivori (cavalli, uro, bisonti) ma anche animali pericolosi come felini, mammouth, rinoceronti, orsi, che costituiscono la maggior parte del bestiario. La presenza di questi animali era precedentemente considerata rara ed eccezionale, invece a Chauvet essi sono i protagonisti delle grandi composizioni centrali. Ad oggi, su 1000 immagini che ornano la grotta sono state contate 435 rappresentazioni animali (il resto sono immagini astratte).

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I grandi felini di Chauvet tratto da un pannello espicativo del parco "Caverne du Pont d'Arc - Foto Nando Musmarra


Gli animali appartengono a 14 specie diverse e ci offrono il panorama di una sorta di arca di Noè dell’Era Glaciale, quando l’Europa sud occidentale sperimentava in un clima sub-artico con estati a 15 gradi e inverni gelidi con temperature di -20 -30 gradi. Ci sono numerosi felini (80 rappresentazioni) , moltissimi mammouth e la metà dei rinoceronti mai dipinti nelle caverne (65, ma il numero può crescere con nuovi studi ed investigazioni).


Perchè i Cro-Magnon realizzarono questi dipinti? Avevano davvero l’intenzione di creare pannelli artistici? Secondo gli antropologi molte culture non hanno intenzione di produrre arte, non ne percepiscono il concetto. Essi realizzano piuttosto immagini funzionali finalizzate a rappresentare l’animale e a catturarne l’essenza, dominarlo, avere il potere su di esso.
Gli animali dipinti nella grotta Chauvet sono pericolosi, probabilmente avevano un significato simbolico o religioso, ma non possiamo sapere con certezza in quale contesto siano stati concepiti, e definirli immagini animistiche o spirituali spiega ben poco.

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Negativo di mano ottenuto soffiando ocra rossa @ Patrick-Aventurier Caverne du Pont d'Arc


Alcuni animali hanno tratti anatomici esagerati, più di quattro zampe, corni lunghissimi, colori improbabili. Forse sono la conseguenza dello stato di trance o delle allucinazioni dell’artista. Alla base dei dipinti neri, oltre al carboncino derivato dal legno fossile, c’è l’ossido di manganese che è conosciuto come tossico e agisce sul sistema nervoso centrale. Una delle tecniche artistiche dei Cro-Magnon consisteva nel realizzare le immagini non con il pennello ma con una sorta di “spray orale”, mescolando vigorosamente il pigmento in bocca con la saliva per poi sputarlo contro la parete. Questa tecnica poteva avere un significato spirituale: nell’atto di sputare l’artista-sciamano proiettava sé stesso sul muro diventando un’unica cosa con l’animale che stava dipingendo. In questo modo lo sciamano attraversava nell’altro mondo. Non sappiamo se i dipinti siano stati realizzati da tutto il gruppo o da un ristretto gruppo di sciamani, né se sono continuati e aggiunti per generazioni.
Per quale motivo gli animali dipinti nelle grotte preistoriche sono importanti? Perchè forniscono informazioni essenziali sull’aspetto fisico degli animali del Quaternario. I paleontologi possono contare generalmente sui resti fossili dello scheletro, molto raramente su animali mummificati per intero o parzialmente.
I dipinti parietali raccontano come erano “fisicamente” animali dell'Era Glaciale estinti o che sono sopravvissuti ai giorni nostri, se non in Europa, in altre parti del mondo. I Cro-Magnon, contrariamente ai moderni paleo artisti non hanno dovuto immaginare gli animali peristorici, gli bastava osservarli. Naturalmente a volte sono dipinte creature bizzarre o di difficile interpretazione perché realizzate l’una sovrapposta all’altra. Eliminati questi casi, il valore paleontologico di molti dipinti dell’arte parietale è evidente: artisti che non si conoscevano tra loro e che vivevano lontani gli uni dagli altri hanno realizzato immagini che mostrano gli stessi dettagli anatomici, e questa non può essere una coincidenza. Molti degli animali riprodotti a Chauvet si sono estinti alla fine dell’Era Glaciale.

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La coppia di felini nell'ultima sala della caverna @ Patrick-Aventurier


Il leone delle caverne (Panthera leo spelaea, estinto) è tra gli animali riprodotti in maggior numero che affolla soprattutto il famoso “pannello dei leoni”. In realtà ci sono dubbi sul fatto che si tratti di leoni, leonesse o tigri, poiché manca la caratteristica coda a ciuffo e la criniera tipica dei maschi.
Il mammouth lanoso (Mammuthus primigenius, estinto) è il più grande animale terrestre dell’Era Glaciale. Il nome mammouth viene dall’estone “ma” (terra) e “mut” (mole). La sua principale caratteristica è la testa a cupola separata dalle spalle da una depressione del collo e una schiena che scende verso il basso, molto diversa dall’elefante moderno. I mammouth riprodotti presentano molte variazioni sulla lunghezza delle zanne e la presenza dei peli è indicata soprattutto intorno agli zoccoli.
Il rinoceronte lanoso (Coelodonta antiquitatis, estinto), rarissimo nelle altre caverne, è un’immagine che a Chauvet è molto comune. E’ realizzata con abbondanza di dettagli anatomici (testa allungata e abbassata, due corni sul naso, addome voluminoso con una larga banda trasversale enigmatica che potrebbe corrispondere ad una placca dermica o ad un diverso colore di pelo).

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Dettaglio del pannelo dei cavalli © Patrick Aventurier

 

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Equus ferus przewaslskii @ Nando Musmarra

 

Sul famoso “pannello dei cavalli” che raffigura anche molti altri animali, ci sono due rinoceronti che si affrontano violentemente, si tratta di due maschi che combattono per il territorio nella stagione degli amori.
Il cavallo, insieme al bisonte, è uno degli animali rappresentati più frequentemente nell’arte Paleolitica. I cavalli moderni si dividono in quattro gruppi principali, in uno sono compresi il cavallo moderno e il cavallo selvaggio della Mongolia o di Przewalski, negli altri tre ci sono gli asini selvatici asiatici, gli asini africani e le zebre. Il pannello dei cavalli realizzato con il carboncino mostra senza dubbio alcuni cavalli di Przewalski (Equus ferus supsp przewaslskii) un animale non estinto, raffigurato con la sua criniera irta che termina di netto sulle spalle e con peli sulla mascella inferiore, indicando l’abito invernale.

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Crani ed ossa di Orso delle Caverne @ Patrick-Aventurier-Caverne du Pont d'Arc


L’orso delle caverne (Ursus spelaeo, estinto) a Chauvet è stato riprodotto in vari modi (dipinto con il carboncino, sfruttando il rilievo naturale della roccia, come orso grasso o molto magro, probabilmente ad indicare il periodo precedente e successivo al letargo). Nella grotta sono stati trovati abbondanti fossili di Ursus splelaeo, sia ossa che crani, probabilmente appartenenti ad animali che usavano la grotta come tana.

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Ibex calcificato - @ Patrick Aventurier


Il Megacero, il cervo irlandese gigante (Megaloceros giganteus, estinto) è il protagonista di un pannello realizzato con il carboncino dove sono presenti molti di questi animali insieme a mammouth, leoni, stambecchi (Capra ibex ibex, vivente) e triangoli pubici.
Il bisonte delle steppe (Bison priscus, estinto) è dipinto in modo realistico con la barba, la corna e la grossa testa, evidenziando il dimorfismo sessuale, la differenza tra il maschio possente e la femmina dai tratti più eleganti e meno massicci.
Altri animali riprodotti in numero decisamente minore di quelli citati precedentemente sono i cervi, le renne, le vacche , il Bos primigenius (estinto) e un gufo. Va osservato che, ad eccezione del gufo, che è una riproduzione unica nel registro dell’arte parietale, tutti gli altri animali sono in genere i più comunemente rappresentati nelle grotte paleolitiche dell’area franco-cantabrica, evidenziando l’unicità del bestiario di Chauvet.

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Mappa da Google


La replica della grotta Chauvet, la Caverna di Pont d’Arc, è inserita in un vero e proprio parco archeologico dove sono compresi un museo chiamato Galleria dell’Aurignaciano, alcune sale pedagogiche utilizzate per le attività didattiche delle scolaresche, un ristorante con una vista mozzafiato e un negozio dove si possono comprare souvenir belli e originali.
Se il sud della Francia è tra le vostre mete future, vale davvero la pena di allungarsi appena a nord della Provenza per visitare la Caverna di Pont d’Arc. Ne resterete affascinati!


Informazioni approfondite su www.cavernedupontdarc.fr

 

Si ringrazia Sophie Lefevre per l'aiuto fornito e Pierre, eccezionale guida di caverne dipinte